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Il Feudo di Campana

 Con l'avvento dei Normanni si avvia in Calabria un processo di riassetto politico e territoriale di notevole importanza e significato. Nel piano di un maggiore senso dell'unità dello Stato la regione venne configurata come Giustizierato di Valle Crati e Valle Giordana.

Con interventi legislativi si favorì la concentrazione della popolazione nei centri abitati, che, a seconda della consistenza vennero divisi in città, terre e castelli. I funzionari e gli ufficiali preposti ai servizi di maggiore interesse pubblico e della sicurezza militare venivano nominati direttamente dall'autorità centrale. A tutti venne imposto di provvedersi di un efficiente sistema difensivo fatto di cinta muraria e di torri di avvistamento. Si gettarono, in altre parole, le basi di una concezione dello Stato, in cui tutto dipendeva dagli organi del potere centrale. La stessa investitura di terre e fondi rustici era concepita come una concessione dello Stato, a cui restava comunque il diritto di revoca. Ed in ogni caso, pur concedendo in feudo le terre, lo Stato normanno non rinunciò mai del tutto a mantenersi disponibili alcune terre libere, dette allodiali, per lasciarle al popolo ad uso pascolativo, seminativo e per far legna. L'infeudazione più generale si avrà soprattutto con gli Angioini (sec. XIII), che per sdebbitarsi con i loro sostenitori politici e militari concessero indiscriminatamente i feudi senza escludere gli stessi abitati. Anche Campana esperimenta questi processi di trasformazione che comportò il rafforzamento del centro abitato col relativo cambiamento di nome, una migliore e capillare organizzazione sociale e religiosa, la definitiva assegnazione del suo territorio alla gestione feudale. 
 
1. La prima infeudazione (sec. XIII)
Il primo intestatario del feudo a noi noto è il francese Viviano de Clarencia. Morto senza figli, il feudo tornò per poco alla Regia Curia, che nel 1271 provvide a concederlo al milite Guglielmo Ernardi de Bayrano (o di Bivonia). Questi, oltre alla Terra di Campana, ottenne pure il "castrum Tegani" (Umbriatico) con la condizione, però, che avrebbe dovuto lasciarlo ai legittimi eredi de Clarencia qualora si fossero presentati a reclamarlo. A brevissima scadenza, al de Bayrano subentra Guglielmo Brunello, Vice maresciallo del Regno di Napoli. Questi, non molto tempo dopo, avendo ottenuto il casale di Furciniano in Terra d'Otranto, cedeva in cambio ("in excambium") il castro di Campana. L'operazione ricevette conferma dalla R. Curia che si riservò il "ius collactionis" ed il diritto di nominarvi un "rectorem capelle regie". Nel 1282-83 la Terra di Campana è infeudata a tale Malgerio, dopo di che non si conoscono altri feudatari per il sec. XIII. Del resto siamo in un periodo di particolare turbolenza politica e militare, per cui non meraviglia sia il vuoto documentario, sia l'assenza di concessionari del feudo. Sono gli anni caratterizzati dai fermenti bellici che, dopo la sconfitta di Manfredi e l'uccisione di Corradino di Svevia, hanno portato nel 1266 i D'Angiò a Napoli. Questi, a seguito dei tumulti dei Vespri Siciliani (1282) sono entrati in guerra aperta con gli Aragonesi, guerra che si concluse con la pace di Caltabellotta (1302) e l'assegnazione del Regno di Napoli agli Angioini e della Sicilia agli Aragonesi. Anche la Calabria, in questo frangente, fu teatro di feroci scontri e devastazioni ad opera soprattutto di Ruggero di Lauria, filo aragonese, che con i suoi Almugaveri, dopo aver conquistato Cassano, Cerchiara, Crotone e Strongoli, aveva invaso e devastato S. Severina ed Umbriatico, i cui vescovi avevano parteggiato per Carlo II d'Angiò. Nella lotta senza quartiere non furono di certo risparmiati i piccoli centri dell'entroterra. Vicino a Campana restò distrutto definitivamente il popoloso Casale di S. Marina, sorto intorno all'omonimo monastero, di cui si parlerà più avanti. Detto Casale appena qualche anno prima, nel 1271, aveva ottenuto dal re Carlo I d'Angiò la concessione di una fiera per interessamento del vescovo di Umbriatico Alfano. Della situazione caotica approfittarono i vari signorotti locali, che provvidero ad accaparrarsi e ad occupare abusivamente terre e beni soprattutto di pertinenza ecclesiastica. Così, per esempio, nel 1275 il re Carlo I d'Angiò scrive all'arcivescovo Angelo di Rossano per confermargli, come già aveva fatto nel 1269, il possesso del diritto di bagliva sulla Terra di Campana e quindi per disporre che gli venissero restituite le decime usurpategli fin dal tempo del re Manfredi. Dal contesto appare chiaro che nel 1269 Campana paga la bagliva regia (l'esazione delle tasse) versandola da tempo immemorabile all'arcivescovo di Rossano. Sempre nel 1275, lo stesso arcivescovo di Rossano, per motivi sconosciuti, con rescritto del papa Gregorio X, è privato di alcuni beni e decime, tra cui anche la grancia di S. Maria de Runtia, "in tenimento Campanae", con i suoi beni, diritti e pertinenze varie sia spirituali, che materiali. 
 
2. Il secolo XIV
Almeno per la prima metà del sec. XIV, anche per la mancanza di documentazione idonea, non appare chiaro a chi fosse intestato il feudo di Campana. Nel 1325 tra i contribuenti del paese figura un tale Falcone "Baronus", che paga 1 tarì e 5 grana di decima papale, ma non è chiaro se "barone" è titolo nobiliare feudale, o se invece è solo semplice epiteto familiare (cognome). C'è, comunque, da notare che, in questo caso, sarebbe l'unico nominativo ad avere accanto il cognome. Gli altri, infatti, non hanno altri appellattivi oltre al nome, come si può evincere dall'elenco seguente dei "tassati": l'arciprete Graziano paga tarì 1 e grana 15; Falcone barone, Rogero, Graziano, Tommaso, Falcone, Roberto, Guglielmo, Giovanni, Daniele, Nicola, Francesco, Tarantino pagano tutti 1 tarì e 5 grana; Andrea 2 tarì e 5 grana; Gualterio paga solo 1 tarì; l'abate di S. Angelo Militino 3 tarì. Il signor Falcone "de Campana" paga ancora 1 tarì e 5 grana nella Terra di Scala ed il sig. Tarantino "de Campana" 1 tarì nella diocesi di Cerenzia. Per restare in tema di tasse, dai Registri Angioini risulta che Campana nel 1340, a fronte di una popolazione di 2400 abitanti, pagava alle regie casse 48 once, 13 tarì e 16 grana. Tornando alla vicenda feudale, in una ricerca inedita commissionata nel 1974 dall'Amministrazione Comunale sono citati tra i "Signori" della Terra di Campana: Bernardo degli Olmi (1305), Guglielmo Tortorello (1314), la famiglia Gualtieri (metà sec. XIV). Da altra fonte risulta che nel 1369 il feudo di Campana appartiene a Cicco de Malito di Reggio, il quale proprio in quell'anno, il 23 marzo, si vede bloccare i suoi beni per non aver fatto la consegna della Terra di Campana al conte di Altomonte, Filippo Sangineto cognato di Roberto Sanseverino. Alla morte del Sangineto il feudo di Campana, unitamente alla Contea di Montalto e di altre terre, tra cui Cariati, passò a Giovanna Sanseverino e al marito Carlo Ruffo. Da questo periodo Campana segue le vicende feudali dello Stato di Cariati fino al 1678, anno in cui Carlo Spinelli fu costretto a venderla, per debiti di gioco, al barone Labonia di Rossano insieme a Bocchigliero. Nello scorcio del sec. XIV, allora, Campana entra a far parte dei dominio dei Ruffo, conti di Montalto, imparentati con i Sanseverino. Chiudiamo con una notizia curiosa, che ha avuto come protagonista il campanese Tommaso de Riccardis, il quale, legato a Wenceslao Sanseverino e agli Angioini, aveva parteggiato nel 1378 per l'antipapa Clemente VII (Roberto di Ginevra). Il 1° ottobre 1399, pentito per l'errore fatto, ottenne dal papa Bonifacio IX l'assoluzione dalla scomunica per le mani dell'arcivescovo di Rossano Nicola. 
 
3. Il secolo XV
Legata da fedeltà agli Angioini di Napoli, Campana il 25 luglio 1404 dal re Ladislao ottenne il privilegio di molti anni di franchigia (non si conosce quanti), privilegio che venne riconfermato il 7 settembre 1414 dalla Regina Giovanna II, che vi aggiunse il diritto di esenzione dalla giurisdizione penale ordinaria "per qualsivoglia delitto". Non sappiamo come e perchè nel 1412 il feudo sia passato dai Ruffo a Muzio Matera, che lo tenne fino al 1417. In tale anno, infatti, è certamente in mano di Polissena Ruffo, figlia del conte di Montalto Carlo II, che dalla Regina Giovanna II otteneva la conferma del "mero e misto imperio" su numerosissime terre di Calabria, tra cui Cariati, che comprendeva nel suo Stato Scala, Verzino, Rocca di Neto, Campana, Bocchigliero, Cerenzia, Caccuri. Le terre in suo possesso, unitamente a 20 mila once d'oro, vennero portate in dote da Polissena, che il 23 ottobre 1418 in Rossano sposava in seconde nozze Francesco Sforza, duca di Milano. Dal matrimonio nacque una figlia, Antonia, che però nel 1420 morì, come morì nel luglio di quell'anno la stessa Polissena, ad opera probabilmente della sorella Covella, che restò unica erede dei possedimenti. La Regina Giovanna, su cui Covella esercitava un certo fascino, il 20 agosto successivo confermò il possesso del feudo, aggiungendovi Calopezzati, che già dal 1318 era stato di Giordano Ruffo, primo conte di Cariati. Alla morte di Covella, che aveva sposato Giovanni Antonio Marzano, duca di Sessa, conte di Squillace e di Alife e Grande Almirante del Regno, la Contea di Cariati e quindi anche Campana passarono al figlio Marino Marzano, che si legò a sua volta al Re Alfonso d'Aragona sposandone la figlia Eleonora. L'Aragonese, succeduto a Giovanna II d'Angiò, confermò prima alla madre Covella e poi al figlio Marino tutti i diritti posseduti, compreso il principato di Rossano. Malgrado il Marino fosse imparentato con gli Aragonesi avendo sposato la figlia di Alfonso, alla morte di questi, nella guerra scoppiata tra il cognato Ferdinando (anche Ferrante) e Giovanni d'Angiò, che reclamava il Regno di Napoli come discendente della Regina Giovanna II, sposòla causa del secondo facendosi addirittura promotore della Congiura dei Baroni. Conquistato poi il Regno, Ferdinando d'Aragona nel 1464 gli confiscò tutti i beni, che così tornarono al demanio regio. Anche Campana, come gli altri centri, tornò in possesso della Corona. Ma per poco, perchè nel 1479 Re Ferdinando concedeva la Contea di Cariati a Geronimo Riario, signore di Imola e nipote di Sisto IV, per rimunerarlo di servizi resi. Tre anni dopo, nel 1482, la Contea è assegnata a Geronimo Sanseverino, potente principe di Bisignano, che paga al Re come prima rata per la concessione 3400 ducati. Nel novembre 1485 il Sanseverino subì la confisca dei possedimenti per aver promosso la 2^ Congiura dei Baroni. Il feudo venne acquistato l'anno successivo da Francesco Coppola, conte di Sarno, Ammiraglio del Regno, che però ne venne subito privato perchè anche lui implicato nella stessa Congiura. La Contea restò nuovamente in mano al demanio regio fino al 1497, anno in cui il Re Federico la concesse a Goffredo Borgia d'Aragona, nipote del papa Alessandro VI. Con la signoria del Borgia si chiude il secolo, che ha dovuto registrare continui cambi di fronte per quell'insieme di circostanze politiche e non solo politiche che sono state segnalate. Non possiamo a questo punto - dopo aver seguito le vicende generali - ignorare alcune circostanze che hanno coinvolto direttamente Campana. Vogliamo richiamarci ad alcune prerogative concesse al paese dagli Aragonesi in forza della fedeltà mantenuto verso la casa regnante, malgrado le turbolenze politiche. Oltre a tutti gli altri diritti, un'attenzione particolare vogliamo avere per la fiera della Ronza, concessa al paese nel 1464 proprio dal Re Ferdinando d'Aragona, che aveva riconosciuto ai campanesi la qualità di cittadini "nobili e fedeli". Ci piace riferirne riportando quanto in merito ha scritto alla fine del Seicento il campanese Francesco Marino: 
 
"Venuto poi questo Regno sotto il dominio de' Serenissimi Re Aragonesi, dal Re Ferdinando con ampio Privilegio del 1464 furono i Cittadini di Campana chiamati nobili, e fedeli. E si vede quivi ordinato che questa Patria trattar si debba, e governare, come trattata viene, e governata la Città di Cosenza: ed in oltre che debba sempre stare in demanio per lo Primogenito del suo Re: rilasciando a questa Università, e suoi Cittadini ogni qualunque debito, da quel giorno in dietro. Di più che andar debba franca con tutta le Città e Terre della Provincia, che stanno in demanio. Fa loro grazia parimente d'ogni delitto, eziandio di lesa Maestà, che fosse mai per l'addietro commesso dall'Università Cittadini, e suoi commoranti. Di vantaggio la M. S., aprendo alle grazie la mano eroicamente profusa, rimette, e perdona ogni delitto, benche di lesa Maestà, a tutti i forasciti, e forgiudicati Casali di Cosenza, che venissero ad abitar nell'antica Città di Campana, formando di essa come un sacro, e sicurissimo Asilo: e quando mai andar volessero alle proprie case, affin di vendere le loro robe, e ritornar poi in Campana, a tal rispetto nnn fosse dato loro impedimento alcuno. Concede in oltre la Maestà del Re Ferdinando che ogni Cittadino possa liberamente comprare e vendere, per suo uso, senza che sian tenuti a pagamento di Dogana, nè di Fondaco, nè di passaggio per tutta la Provincia di Calabria. Concede parimente all'Università medesima la Fera, overo Mercato detto della Ronza (la sottolineatua è nostra), franca e libera d'ogni angaria: e dura dagli undici di Giugno per tutto il diciotto: e ciò vi si negozia da chi si voglia con tutta libertà, e senz'alcuna gravezza. Di più concede che sia lecito a' Cittadini medesimi di Campana di pascolare il loro bestiame nel Territorio di tutte le terre demaniali, e per tutto il Contado di Montalto, franchi di fida, e diffida. Or questi, e molti altri Privilegj, che per cagion di brevità si tralasciano, furono loro conceduti dalle Maestà de' Re Aragonesi in ricompensa della fedeltà di così buoni Cittadini nel servizio Reale". 
 
E prima di concludere, una parola su alcuni campanesi che si distinsero in qualche modo in questo secolo. Nel 1441 Nicola di Campana, detto signore venerabile, è promosso rettore parrocchiale della chiesa di S. Pietro in Spezzano Grande, in diocesi di Cosenza. Due anni dopo, il 26 marzo 1443 l'arcivescovo di Rossano Nicola De Martino è invitato dalla Curia Pontificia a concedere la carica di notaio della camera apostolica ("tabellionato") al campanese Gauterio de Albo . Nel 1469 anche un altro campanese, Luigi, è promosso alla professione di notario "in totum regnum cum potestate". Questi, avuto anche l'incarico di notaio della camera apostolica, il 22 novembre 1473 versa 33 fiorini d'oro per conto di Luigi Mercante, Commendatario del monastero di S. Maria di Camigliano, presso Tarsia. Nella stessa veste, il 5 febbraio 1474 riscuote per il monastero di S. Giovanni, in diocesi di Cassano, 27 fiorini d'oro dal rossanese Giovanni Toscano e nel settembre 1476 obbliga Antonio Arcamone del clero di Napoli a versare 40 fiorini d'oro sulle rendite del monastero di S. Maria di Corazzo, cistercense, in diocesi di Martirano. Il notaio Luigi risulta ancora in vita nel 1487. Poi più nulla.

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